Canale, culla del pesco

Negli anni Venti nella città si concentrava la produzione frutticola del Nord Italia

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Enrico Faccenda

CANALE – Canale è una terra che negli anni ha saputo cogliere le opportunità per reinventarsi. Questo la porta oggi a vantare non una, ma ben tre produzioni d’eccellenza: il pesco, il vino e la nocciola. Come sottolinea il sindaco Enrico Faccenda, di professione imprenditore agricolo, la chiave del successo sta probabilmente nella capacità di dedicarsi a più settori, in modo da avere risorse differenti su cui contare quando alcuni comparti possono soffrire un periodo di crisi.

Il sapersi adattare e la capacità di cogliere nuove strade ha in qualche modo segnato la storia di questo posto, tra pochi giorni pronto a riportare in scena la sua Sagra del Pesco. 

Una veduta d’insieme della città del Roero

Siete alla 79ª edizione della Sagra. Un appuntamento molto importante per il territorio che fa di Canale la capitale di questo frutto tipicamente estivo. Come si svolgerà la manifestazione?

«La fiera sarà dal 23 al 31 luglio. È stata completamente ferma nel 2020 per il Covid, l’anno scorso l’abbiamo proposta in versione ridotta ma, al di là dell’interruzione dovuta alla pandemia, si è sempre sviluppata sull’arco temporale di una settimana, con iniziative culturali ed enogastronomiche. La mattina della domenica, il 24, in piazza ci sarà l’inaugurazione ufficiale con la partecipazione dei rappresentanti della società civile e della politica. Sarà un bel momento per un confronto anche con i vertici regionali per fare il punto sulle prospettive o sugli impegni presi. Insieme all’occasione di fare festa, c’è la possibilità di incontrarsi e davvero tracciare delle linee, dei bilanci e dei programmi».

A quando risale la tradizione del pesco a Canale? È vero che si collega a un momento di crisi vissuto nel comparto della viticoltura?

«Sì, perché verso metà Ottocento, quando i trasporti fra l’America e l’Europa sono diventati più veloci, è venuto meno il periodo di quarantena dei prodotti in viaggio. Pertanto molte malattie sono arrivate anche da noi e hanno coinvolto il campo viticolo. I coltivatori dell’epoca sono stati capaci di affrontare la situazione e reinventarsi, orientandosi su una nuova coltura, il pesco.

Negli anni Venti Canale era il più grande centro di produzione di pesche di tutto il nord Italia.

Qui sono nate anche strutture per la conservazione, la lavorazione, il trasporto e il confezionamento del prodotto e tutto ciò ha fatto da volano per la zona.

Le pubblicazioni della storia locale parlano molto di quel periodo, definito una sorta di epopea del pesco, che ha dato grande sviluppo al territorio. In seguito, come per tutte le produzioni interessanti da un punto di vista economico, la coltivazione delle pesche si è velocemente diffusa nelle zone di pianura, c’è stata maggiore produzione e i prezzi sono calati, la nostra area è diventata un po’ meno interessante e poco alla volta si è tornati alla viticoltura».

Ma la frutticoltura locale non è soltanto orientata sul pesco…

«Certamente, abbiamo albicocche, mele, prugne e recentemente molti si sono dedicati alla nocciola, sempre seguendo le congiunture del mercato e cogliendo le possibilità che si presentano.

A Canale, inoltre, è attivo l’ultimo mercato ortofrutticolo, società consortile fra i Comuni del Roero, che mette in contatto i produttori, anche piccoli, con gli acquirenti e i privati. Una struttura grande, moderna, esempio di una realtà risalente all’Ottocento che funziona tuttora, portando sul mercato prodotti di elevata qualità. Le nostre eccellenze raggiungono paesi come la Danimarca e l’Inghilterra, andando a imbandire le tavole di ristoranti rinomati. Poi naturalmente abbiamo i vini, Roero Arneis e Nebbiolo».

Nel comparto agricolo le difficoltà e le incognite non mancano. Oltre alla capacità di adattamento, c’è anche la scommessa del ricambio generazionale. C’è stato soprattutto un passaggio di consegne o si sono visti nuovi imprenditori lanciarsi in questo mondo?

«Entrambe le situazioni, con risultati positivi e un arricchimento, poiché quando arrivano persone da altri settori con mentalità un po’ diverse portano visioni nuove e utili. Ma abbiamo anche diversi esempi di industrie. Cito la Campari (buona parte dell’Aperol viene prodotto a Canale), la Vigolungo, una delle ultime aziende di compensato del Nord Italia, ditte collegate al mondo Ferrero o ancora la Green Italia che fa ricerca in campo agricolo. Danno lavoro e creano vitalità. Poi non dimentichiamo tutto il comparto turistico e della ristorazione».

Si può dire che in qualche modo la chiave per sopravvivere e crescere è differenziarsi e cercare prodotti di nicchia, capaci di distinguersi dagli altri?

«Sì, credo che il segreto stia proprio nel rappresentare prodotti del territorio. Assieme al prodotto va raccontato il luogo in cui nasce. Clienti da altri Paesi che vedono le colline, le cantine, conoscono le persone, lo stile di vita, diventano poi i migliori ambasciatori delle nostre eccellenze».

La crisi legata alla guerra in Ucraina e in modo particolare i rincari energetici potranno avere delle conseguenze negative sull’imprenditoria locale?

«Sicuramente c’è un clima di incertezza che è deleterio. Tendenzialmente le nostre aziende non sono energivore ma ovviamente gli aumenti andranno a incidere. La difficoltà maggiore sta nel reperire le materie prime. Nel settore vino, ad esempio, non si trovano più le gabbiette per gli spumanti, facciamo fatica a reperire i vari formati di bottiglie e l’alluminio è diventato introvabile».