Una vacca, una giornata

La storia della famiglia Fissore in cascina a Parcollo

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SALUZZO

Troppo giovane per imbracciare un fucile durante il primo conflitto mondiale, troppo avanti con l’età per essere richiamato alle armi quando scoppiò il secondo, Marziano Fissore (classe 1906) ha vinto la sua battaglia personale quando – dopo un lungo girovagare per cascine – riuscì a comprare con i sacrifici di una vita quel piccolo casolare e quelle sei giornate di terreno in regione Paracollo, alle porte di Saluzzo.

Una giornata di terreno per una vacca. È il 1947, l’Italia sta provando a ripartire dopo la tragedia della guerra.

LE RADICI

Ma in quella cascina di pianura con il granaio sul retro, Marziano ci arriva dopo tanti contratti firmati a San Martino: da Cavallermaggiore, dove gestiva l’azienda insieme al fratello (arrestato durante il fascismo per non aver rispettato il coprifuoco, morto in carcere per colpa di una polmonite), si spostò prima Colombaro Rossi (Saluzzo) e poi a Manta.

Fu qui che, durante la guerra, decise di mettere su famiglia: nel 1942 si sposò con Maria Supertino (1923), che due anni più tardi diede alla luce il primogenito Felice (1944). Furono anni di paura, di aerei militari nel cielo mentre si è chini nei campi, di bombardamenti improvvisi e fughe tra i filari di vigna. Ma Marziano ha la pelle dura, e la testa ancor di più.

Una veduta dall’alto della cascina a Paracollo

A PARACOLLO

Così, quando le armi finalmente tacciono, coglie al volo l’opportunità di comprare quella piccola proprietà a Paracollo. C’è tutto quello che serve: una stalla (12 capi), granaio e tettoia, due stanze per vivere con la famiglia e un po’ di terreno. Una vacca, una giornata: questi i termini dell’accordo per l’acquisto del cascinale.

Pierpaolo è il secondogenito di Marziano. Arriva in famiglia due anni dopo il trasloco a Paracollo (1949), anticipando Domenica (1951), la sorella più giovane, sfortunatamente deceduta appena trentenne per le conseguenze della poliomielite.

La vita in regione Paracollo prosegue tranquilla, tra sudore nei campi (lavorati con l’aiuto di una coppia di vacche a trainare l’aratro) e fatiche nella stalla, dove una quindicina di piemontesi attende pazientemente di essere munta ogni mattina da Marziano e dalle piccole mani dei due maschietti di casa. Due fratelli che condividono compiti e responsabilità, ma che sanno anche divertirsi come tutti i bambini a quei tempi. Tra corse nei prati, pedalate in mezzo alla neve per raggiungere la scuola elementare di Via dei Romani, arrampicate sugli alberi per rubare le uova dai nidi d’uccello.

E se d’estate si dormiva su un pagliericcio nel sottotetto del granaio, il freddo dell’inverno lo si combatteva allestendo un letto sospeso nella stalla (ciabert, in dialetto), per riscaldarsi con il calore della mandria. Se la mungitura era ancora tutta manuale, nel cortile fa la sua comparsa il primo trattore: un piccolo Massey Ferguson manda in pensione le due vacche addette al traino. Ma i bidoni di latte rimangono, vengono riempiti e lasciati – insieme a quelli delle cascine vicine – proprio al limitare della strada, là dove per l’autotrasportatore è più facile fare manovra.

LA DECISIONE

Gli anni passano, Felice decide di prendere la sua strada: nel 1967 lascia la cascina per lavorare come infermiere. Due anni più tardi, a Paolo tocca invece presentarsi all’appello davanti alla caserma alpina di Saluzzo: iniziano i suoi quindici mesi di servizio militare, che includono anche un’indimenticabile esercitazione nel freddo della Norvegia, dove la notte è più gelida che mai. Archiviata quest’esperienza, per Paolo arriva il momento delle scelte.

È il 1973, ha ventiquattro anni. Purtroppo papà Marziano viene a mancare e in cascina, con la mamma Maria e la sorella Domenica, non resta che lui. Lui, che proprio qualche giorno prima aveva ricevuto una proposta per un impiego (come netturbino comunale) che lo avrebbe messo al riparo dai rischi di un’attività in proprio. Ma l’orgoglio, la passione e i consigli di quella che sarebbe poi diventata sua moglie (Nuccia Arnolfo, di Torre San Giorgio, conosciuta l’anno prima in una sala da ballo di Saluzzo) lo spingono a proseguire quella tradizione che continua ancora oggi.

Dopo il matrimonio (1974), Nuccia – lasciato il lavoro alla Locatelli, dove aveva iniziato appena diciottenne – raggiunge il marito in cascina a Paracollo, spendendosi anima e corpo per la famiglia. Ora nella stalla ci sono venticinque animali da accudire, le giornate di terreno da coltivare sono aumentate e le braccia non bastano mai. Anche perché, da lì a poco, faranno la loro comparsa le prime vacche frisone e le mungiture, inevitabilmente, si faranno più impegnative.

L’iscrizione sui muri della cascina

LA FAMIGLIA

Cresce la famiglia (nel 1976 nasce Davide, tre anni più tardi Daniela) e con lei l’azienda agricola; dopo la costruzione del nuovo portico, arriva quella della stalla (1983), dove possono finalmente trovare spazio una sessantina di animali.

A distanza di quasi trent’anni si ripete la stessa scena. C’è un bambino che pedala a perdifiato di ritorno da scuola, abbandona la bicicletta in cortile e si precipita nella stalla per aiutare il papà ad accudire le vacche. È soltanto cambiato il protagonista: non più papà Paolo, ma Davide, che fin da bambino coltiva la passione per la campagna.

E infatti, appena conclusa la scuola dell’obbligo, Davide decide di fermarsi in cascina per aiutare il papà: nel 1990 entra nell’azienda agricola come coadiuvante.

Poco per volta, la mandria si orienta sempre più verso la produzione di latte, tanto che nel 1999 è necessario raddoppiare lo spazio sotto la stalla per fare posto ai nuovi animali.

Nel 2006, Davide subentra ufficialmente al papà nella gestione dell’azienda e intanto incontra l’amore, conoscendo Lorena Parizia, che diventa compagna di vita e mamma dei suoi due figli: Francesco (2009) e Ilaria (2011). Dopo alcuni anni vissuti a Saluzzo, facendo la spola tra casa e cascina, nel 2014 Davide costruisce una nuova casa accanto all’azienda agricola per avvicinarsi al lavoro, che tanto affascina le nuove generazioni.

La mandria nella stalla

Perché Francesco, sebbene ancora studente di meccanica a Verzuolo, la passione per quel mestiere ce l’ha nel sangue. Come il papà, e il nonno prima di lui, non appena torna a casa da scuola non vede l’ora di entrare nella stalla e accudire le 140 vacche oggi allevate. Corsi e ricorsi della storia.