Negli ultimi anni, la necessità di ridurre le emissioni di gas serra ha spinto molti consumatori verso diete a base vegetale.
Tuttavia, una recente ricerca pubblicata su The Lancet (dicembre 2024) mette in luce un aspetto spesso trascurato: non tutte le diete “green” sono uguali. Il discrimine non è solo l’origine del cibo (animale o vegetale), ma il suo grado di trasformazione industriale.
Per capire meglio cosa mangiamo, gli scienziati utilizzano la classificazione Nova, che divide i prodotti in quattro gruppi:
– Nova 1: Alimenti non trattati o minimamente trasformati (frutta, verdura, legumi, latte, carne fresca). È il cuore della produzione agricola primaria.
– Nova 2 e 3: Ingredienti culinari (oli, burro) e cibi trasformati in modo semplice (formaggi, pane fresco, conserve).
– Nova 4 (UPF): Alimenti ultra-processati. Sono formulazioni industriali complesse con additivi, coloranti e conservanti (merendine, piatti pronti, bevande gassate e molti sostituti vegetali della carne).
Analizzando i dati di oltre 210.000 adulti nel Regno Unito, lo studio ha rivelato che il consumo di cibi ultra-processati (UPF) è ormai onnipresente, superando spesso il 46% delle calorie giornaliere totali.
Il dato interessante per la filiera agroalimentare è che chi smette di mangiare carne non sempre torna al prodotto fresco della terra.
Spesso, i vegetariani consumano più cibi ultra-processati (circa l’1,3% in più) rispetto a chi mangia carne regolarmente, affidandosi a sostituti industriali pronti all’uso. I vegani, pur consumando più prodotti freschi (legumi, frutta e noci), fanno comunque un uso massiccio di bevande vegetali e alternative alla carne confezionate, che rientrano nella categoria degli ultra-processati.
I RISCHI PER LA SALUTE
L’eccessivo consumo di cibi ultra-processati non è privo di conseguenze. Lo studio evidenzia diversi rischi legati a una dieta troppo ricca di prodotti industriali.
Malattie croniche: Gli UPF sono spesso associati a obesità, diabete di tipo 2, problemi cardiovascolari e alcuni tipi di cancro.
Eccesso di zuccheri: In tutti i tipi di dieta analizzati, l’apporto di zuccheri liberi è risultato doppio rispetto ai limiti consigliati dall’OMS, a causa proprio della lavorazione industriale.
Perdita di biodiversità: Questi prodotti sono spesso realizzati partendo da poche varietà agricole ad alta resa (come mais, soia o frumento intensivo), scoraggiando la varietà delle colture e la biodiversità locale.
I risultati suggeriscono che la vera transizione sostenibile non dovrebbe limitarsi a sostituire la carne con prodotti industriali “al sapore di”, ma dovrebbe incentivare il consumo di alimenti minimamente trasformati.
Per il mondo agricolo, questo rappresenta un’occasione per valorizzare la produzione di qualità: frutta, verdura, cereali integrali e legumi secchi.
Promuovere il prodotto fresco o con trasformazioni primarie (Nova 1 e 3) non solo aiuta la salute dei consumatori, ma sostiene un modello agricolo più legato al territorio e meno dipendente dalle grandi raffinerie industriali di ingredienti ultra-processati.
la sfida del futuro sarà riequilibrare le diete riducendo i prodotti “di laboratorio” a favore di quelli che arrivano direttamente dal campo, garantendo così una sostenibilità che sia davvero sia ambientale che nutrizionale.




