Se la terra potesse parlare, racconterebbe le storie di chi l’ha calpestata e amata.

Nelle campagne di Piovani, frazione di Fossano, questa voce ha il timbro della famiglia Arese. Un’epopea che inizia agli albori del Novecento, quando il capostipite Antonio lascia le campagne della vicina Centallo per cercare un futuro migliore.

CASCINA CASSANDRIA

L’approdo è Cascina Cassandria, di proprietà del conte Marenco. Sono i tempi crudi e faticosi della mezzadria: si lavora tanto e si divide rigorosamente a metà con il padrone. In quella cascina, piccola e stretta, con una stalla che a malapena ospita una decina di animali, convivono quattro fratelli: Giovenale (classe 1899), Giovanni, Antonio e Giuseppe.

Il quinto, Pietro, ha già dovuto cercare un’altra sistemazione, perché lo spazio non bastava per accogliere tutti.

Sono anni in cui la fatica si mescola alle miserie portate dalla Prima Guerra Mondiale, ma la ferrea forza di volontà degli Arese non viene mai scalfita.

La spinta vitale e l’esigenza di avere più braccia per i campi fanno crescere in fretta la famiglia. Giovenale sposa Margherita e nascono sei figli: Maria, Antonio, Stefano, Giovenale, Pietro e Sergio. Giovanni si unisce a Maria, mettendo al mondo quattro maschi, e altrettanti ne arrivano dall’unione di Antonio e Cecilia.

L’aia si riempie di voci, di corse e di quel calore umano che fa da scudo alle difficoltà.

Ma la storia presenta il conto. Il fratello Pietro, richiamato dalla leva, affronta il dramma della Seconda Guerra Mondiale. Parte per il fronte con lo zaino in spalla e la tristezza negli occhi, per non tornare mai più a casa. Disperso sul fronte, di lui non si saprà mai più nulla.

Un lutto silenzioso che segnerà gli Arese, lasciando un doloroso e incolmabile vuoto attorno al grande tavolo di famiglia.

Appena finita la guerra, a Cascina Cassandria si contano più di venti persone.

Ci si muove a fatica tra l’aia e il cortile, lo spazio è ormai esaurito. In accordo con il padrone, ci si sposta a Cascina Tetto Odetto, leggermente più grande ma pur sempre limitata, con una ventina di animali.

CASCINA GRANDE

La vera svolta avviene nel 1954. Nel giorno di San Martino, quando nelle campagne scadono i contratti agricoli, l’intera famiglia fa i bagagli e arriva finalmente a Cascina Grande, il luogo che diventerà il baricentro della loro esistenza.

È una struttura bella e spaziosa, con una stalla da quaranta capi e una sessantina di giornate di terreno. Il regime è ancora la mezzadria con i conti Marenco. Tutto il prodotto dell’azienda si divide a metà: il frumento battuto, i polli, i maiali e il prezioso latte munto a mano dalle vacche di razza piemontese. Erano animali forti, portati ancora

regolarmente al pascolo, che regalavano tre o quattro bidoncini di latte ogni singolo giorno.

Col tempo le esigenze cambiano e le strade si dividono.

Maria si sposta a San Vittore, Giovenale in un’altra cascina a Piovani, mentre Stefano e Pietro, nel 1963, si avventurano a Riva di Chieri prendendo in gestione una vasta tenuta.

A Cascina Grande restano saldi Antonio e Sergio.

Il destino li unisce due volte: i due fratelli sposano due sorelle. Nel 1966 Antonio si unisce ad Annalucia Bertola, da cui nasceranno Silvana, Germano, Elio e Alberto. Nel 1974 Sergio sposa Maria Vittoria Bertola: arriveranno Maurizio, Dario, Adriano ed Ezio. Sono anni di profondi mutamenti.

I rapporti con la proprietà si evolvono in modo cruciale: da mezzadri diventano affittuari, acquisendo maggiore libertà di azione. Il riscatto arriva proprio nel 1974, con l’acquisto definitivo della cascina e di una quarantina di giornate di terra. Un sogno che si avvera dopo decenni di ininterrotto sudore.

LA CONVERSIONE

Ma il lavoro nei campi insegna che nulla è scontato. Il 1977 è l’anno della prova più dura. La tubercolosi colpisce la mandria con inaudita violenza: ben quarantacinque bestie risultano positive e devono essere abbattute.

Il dolore è tanto, ma la disperazione lascia sùbito il posto all’azione. L’evento traumatico segna uno spartiacque decisivo: l’azienda decide di virare interamente sulla produzione di latte.

Vengono comprate sette vacche olandesi (frisone), ma poiché la stalla di Cascina Grande è in quarantena, gli animali vengono messi in sosta a Centallo. Per mesi, la famiglia fa la spola senza tregua per accudirle, mungerle e sperare in un nuovo inizio. La dedizione ripaga e la mandria ricomincia a crescere. Nel 1980 viene eretta la prima stalla nuova, a stabulazione libera con lettiera e sala mungitura (3+3), capace di ospitare ottanta capi. Due anni dopo, nel 1982, si costruisce anche la nuova casa.

L’alba del nuovo millennio si prepara con ulteriori migliorie strutturali. Nel 1995 si compie un altro passo verso la modernità, abbandonando l’allevamento dei tori per concentrare le forze sul latte e migliorando sensibilmente la sala mungitura.

È il preludio al naturale passaggio di testimone.

L’anno successivo, nel 1996, i cugini Alberto e Adriano entrano ufficialmente in azienda come coadiuvanti. Entusiasmo giovanile e mentalità imprenditoriale permettono loro di prendere successivamente il timone della società agricola. Alberto, intanto, consolida anche la sua vita privata: sposa Piera Landra nel 2004 e, nello stesso anno, diventa papà di Chiara. La famiglia si allargherà ancora con l’arrivo di Melissa nel 2007 e di Alice nel 2013.

L’ultimo decennio fotografa un’azienda in continua espansione e saldamente protesa al futuro. Nel 2011 viene sistemato il portico storico, nel 2013 la stalla viene raddoppiata e aggiornata, mentre nel 2015 viene allungata la tettoia per le manze. Il 2018 segna l’ingresso ufficiale nell’era della zootecnia 4.0: l’introduzione dei collari elettronici per tutte le bovine permette agli allevatori di monitorare in tempo reale lo stato di salute, i calori e il benessere generale di ogni singolo animale. Nel 2025 si compie anche la transizione ecologica con l’installazione di un impianto fotovoltaico sul tetto della vecchia manica, mirato all’autoproduzione energetica, con la prospettiva concreta di coprire a breve anche l’intera stalla nuova.

Oggi Cascina Grande vanta circa 300 capi totali, di cui 160 in mungitura, e decine di giornate di terreno gestite tra Centallo e Salmour, con l’aiuto di due dipendenti. Un modello virtuoso dove l’innovazione tecnologica convive in armonia con la memoria storica, e dove ogni giorno il rumore della sala mungitura rende il giusto omaggio a chi, più di cento anni fa, era partito con nulla se non le proprie braccia e una speranza.