L’Agenzia Europea dell’Ambiente ha pubblicato uno studio che riaccende il dibattito sul ruolo della zootecnia nel contesto del Green Deal, affermando che il mantenimento di circa 7,8 milioni di capi di bestiame sia una condizione indispensabile per la conservazione della biodiversità nel continente.

Il rapporto sottolinea come il paesaggio rurale europeo sia il prodotto di una millenaria interazione tra uomo e natura, in cui i ruminanti domestici hanno progressivamente occupato il ruolo ecologico un tempo svolto dai grandi erbivori selvatici estinti.

Attraverso l’azione combinata di brucamento e calpestio, bovini, ovini e caprini garantiscono la diversità strutturale della vegetazione, impedendo l’imboschimento incontrollato e preservando gli ecosistemi aperti necessari alla sopravvivenza di numerose specie rare.

L’analisi evidenzia tuttavia una crisi strutturale dei sistemi estensivi, con un calo del 70% delle aziende specializzate tra il 2010 e il 2020 a favore di modelli più intensivi o dell’abbandono delle terre meno redditizie. Questa dinamica ha sottratto ai pascoli naturali il fondamentale apporto del concime organico e della gestione meccanica naturale, lasciando le regioni montane e marginali esposte a un degrado ambientale difficilmente reversibile.

Secondo il modello statistico adottato dall’Agenzia, circa 35 milioni di ettari di terreno agricolo, pari al 22% della superficie totale dell’Unione Europea, trarrebbero benefici diretti da un regime di pascolo o sfalcio regolare per il mantenimento di 63 diversi tipi di habitat protetti.

Il report mette in luce uno squilibrio geografico rilevante tra l’attuale distribuzione del bestiame e le reali necessità degli habitat locali. Se in nazioni ad alta densità zootecnica come Belgio o Paesi Bassi sarebbe sufficiente impiegare il 5% dei capi nazionali per coprire le aree protette, in paesi come Portogallo, Romania e Svezia la quota necessaria supera il 40% del patrimonio animale totale.

Tale distribuzione è ritenuta vitale non solo per la flora, ma anche per la fauna, considerando che il 92% delle specie di farfalle protette e gran parte dell’avifauna di prateria dipendono strettamente dalla gestione estensiva dei pascoli.

Un ulteriore elemento di valore strategico individuato dallo studio riguarda la prevenzione degli incendi boschivi, in particolare nell’area mediterranea. Il pascolamento riduce l’accumulo di biomassa infiammabile e crea soluzioni di continuità nel combustibile vegetale, limitando la propagazione dei roghi.