Un “gustoso” modo di raccontare

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Avvicinare ragazzi alla storia, uscire dai palazzi per incontrare le nuove generazioni nei loro spazi, dimostrare come quel tempo che sembra antico in realtà ci riguardi ancora da vicino.

Alessandro Bollo, direttore del Museo del Risorgimento di Torino, racconta la filosofia che guida tutte le iniziative di divulgazione intraprese in questi anni.

Che cosa rappresenta per Torino, e non solo, il Museo del Risorgimento oggi? E come si è evoluto il suo ruolo nel raccontare quel periodo storico alle nuove generazioni?

«Oggi il Museo del Risorgimento è molto più di un luogo di conservazione: è uno spazio vivo, che prova a restituire senso e attualità a una stagione fondativa della nostra identità nazionale. Non si tratta solo di “celebrare il passato”, ma di capire come quei valori – libertà, cittadinanza, partecipazione – continuino a parlarci nel presente.

Per farlo, abbiamo rivisto linguaggi, strumenti e approcci: mostre temporanee tematiche, percorsi esperienziali, attività educative pensate su misura per le nuove generazioni. Non basta raccontare che cosa è successo, bisogna anche dire perché ci riguarda ancora».

Se dovesse prendere un caffè con un personaggio del Risorgimento, con chi lo farebbe? E perché?

«Mi piacerebbe prendere un caffè con Cristina di Belgiojoso. Una figura straordinaria, libera, cosmopolita, intellettuale e attivista.

Ha fatto politica, ha scritto, ha viaggiato in Oriente, ha sfidato i ruoli imposti alle donne del suo tempo. È stata tutto fuorché “secondaria”. Sono sicuro che con lei il caffè durerebbe ore: parlerebbe di arte, diritti, libertà e lo farebbe con una visione incredibilmente moderna».

Per avvicinare giovani e ragazzi il Museo esce fuori dalle mura: l’iniziativa “Sotto i portici del Risorgimento” è un evento rodato che riscuote interesse. Sarà riproposto e in che forma?

«Assolutamente sì. “Sotto i portici del Risorgimento” non è solo un evento, è un vero e proprio format culturale che porta la storia là dove le persone vivono, passeggiano, si incontrano.

La risposta è stata entusiasta, e questo ci spinge a rilanciare con nuove idee: laboratori interattivi, giochi storici, incursioni teatrali, performance e visite guidate tematiche.

La chiave è sempre la stessa: coinvolgere, incuriosire, rendere il passato una chiave di lettura del presente».

“Uscire” dal Museo dimostra il legame che la realtà da lei diretta ha con la città in cui è ospitata. A Torino, prima capitale dell’Italia unita, c’è il contesto giusto per iniziative come questa?

«Torino non è solo il contesto “giusto”: è il contesto naturale. Qui la storia è nei palazzi, nei nomi delle vie, nei luoghi simbolici. Ma non vogliamo cadere nella nostalgia. Il nostro obiettivo è unire storia e contemporaneità, cittadinanza e innovazione, memoria e immaginazione. Lavoriamo con le scuole, con i quartieri, con i festival.

Il Museo deve essere parte della città, altrimenti rischia di diventare un’isola. E noi vogliamo essere una piazza».

Le nuove tecnologie hanno modificato il modo di raccontare la storia di quel periodo?

«Le tecnologie sono alleate preziose, ma vanno usate con intelligenza. Non si tratta di sostituire l’esperienza fisica con quella digitale, ma di integrarla. Stiamo sperimentando l’utilizzo della realtà aumentata, delle narrazioni multimediali e dei giochi interattivi.

Ad esempio, abbiamo collaborato ad un progetto della Città di Torino supportato da TIM per rendere visibile ai visitatori i protagonisti della storia dell’unità d’Italia, seduti nei loro scranni al parlamento Subalpino.  L’effetto è di grande impatto! Il digitale, se ben usato, non banalizza, ma amplifica. E soprattutto rende più accessibile una storia che può apparire lontana, ma che in realtà ci riguarda da vicino. E ora stiamo esplorando anche l’intelligenza artificiale: su Instagram abbiamo lanciato una serie di contenuti dove i personaggi del Risorgimento camminano per le strade della Torino moderna e visitano le sale del Risorgimento.  È coinvolgente, spiazzante a volte, ma funziona. Perché la storia, se parla la lingua del presente, smette di essere noiosa e torna a essere viva».

In questa rivista parliamo di agricoltura e di cibo: all’interno del Museo ci sono riferimenti o curiosità gastronomiche legate a quell’epoca che vengono raccontate?

«Certo, e anzi è un filone che vogliamo sviluppare di più. L’unificazione italiana ha avuto anche un impatto sull’agricoltura, sull’organizzazione dei territori rurali, sull’alimentazione quotidiana. Nei nostri percorsi emergono curiosità come le prime regolamentazioni del grano, le mense militari, la dieta dei garibaldini, ma anche il ruolo simbolico di certi cibi come elemento di identità. È un modo gustoso – in tutti i sensi – per raccontare il Risorgimento attraverso una lente nuova e vicina alla vita di tutti i giorni. Il Museo ospita anche anche iniziative specifiche legate alla cultura gastronomica dell’epoca, come quella dedicata al vermouth, nato proprio a Torino nel pieno Ottocento. È un esempio perfetto di come un prodotto possa racchiudere storie di artigianato, di gusto e di trasformazioni sociali».