CAVALLERLEONE
C’è un lembo di terra dove l’orizzonte non sembra finire e il profilo del Monviso fa da sentinella a una pianura orgogliosa.
È qui, in quel pezzo di mondo sospeso tra Cavallerleone e Murello, che affondano le radici di una dinastia che ha attraversato il Novecento con il passo cadenzato di chi sa che la terra non tradisce se sai come parlarle.
La storia dei Bonino non è solo una cronaca genealogica: è un’epopea rurale fatta di intuizioni folgoranti, gesti eroici e un legame viscerale con la comunità.
Tutto ha inizio sul finire dell’Ottocento, tra le mura massicce di Cascina Torre. In quel microcosmo di fienili e porticati vivono sette fratelli. Tra loro c’è Filippo, classe 1896, l’uomo destinato a diventare il patriarca, il tronco solido da cui si sarebbero diramati i rami di una storia straordinaria.
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
La giovinezza di Filippo viene spezzata dal fischio delle pallottole della Grande Guerra. Parte per il fronte, ragazzo tra i ragazzi, e ne torna uomo temprato dalle e dal titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto. Ma la vera battaglia, per lui, comincia al ritorno. In un’Italia che cerca faticosamente di rimettersi in piedi, Filippo guarda alla terra non solo come sostentamento, ma come destino.
Nel 1935 compie il grande passo: acquista Cascina Rivarola, a Murello. In quegli anni, Filippo rivela una mentalità che oggi definiremmo da visionario. In stalla ha già le sue vacche di razza Piemontese, ma la sua vera abilità è quella di un abile scacchista: ogni volta che si profila l’occasione di un terreno in vendita, non esita a vendere qualche capo di bestiame per “allungare” i confini della sua proprietà.
La Storia, quella con la S maiuscola, bussa alla sua porta quando viene nominato podestà di Murello. È un ruolo difficile, un equilibrio precario tra il dovere istituzionale e la coscienza di un uomo che ama la sua gente.
Sotto lo sguardo attento di sua moglie, Margherita Cavagliasso, la famiglia cresce: arrivano Maddalena, Giacomo (1930), Paolo (1934), Bartolomeo (1935) e Caterina. La cascina è un alveare di attività.
IL CARCERE
Siamo sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Un’azione partigiana notturna riduce in cenere una trentina di aerei italiani al servizio dell’esercito tedesco, parcheggiati nel piccolo aeroporto di Murello.
La rappresaglia nazista è feroce: i tedeschi vogliono il sangue di trentadue cittadini murellesi, esattamente quanti gli aeroplani sabotati. Filippo, in quanto podestà, compie un gesto che resterà scolpito: si fa avanti, offrendosi come unico ostaggio per salvare la vita dei suoi compaesani. Viene rinchiuso nel carcere di Saluzzo per venti giorni lunghi, con l’ombra del plotone d’esecuzione che allunga le sue dita sulle pareti della cella.
Quando torna a casa, il suo prestigio è immenso.
Non importa il passato politico: il popolo sa chi è l’uomo che ha rischiato la vita per loro. Così, all’alba della democrazia, Filippo Bonino diventa il primo sindaco liberamente eletto di Murello.
L’INTRAPRENDENZA
La sua intraprendenza non dorme mai. C’è un aneddoto che sembra uscito da un film: durante un viaggio di affari a Torino, prima dello scoppio della guerra, incontra un faccendiere ebreo che sta fuggendo dalle leggi razziali.
Quest’uomo deve vendere tutto, subito. Filippo, basandosi solo su una vecchia fotografia, acquista una villa a Saint Vincent. Non la vedrà per sei anni, finché a guerra finita scopre che la proprietà non solo esiste, ma è magnifica. La trasformerà in un hotel, dimostrando che il suo fiuto per gli affari travalica i confini.
LA RICOSTRUZIONE
Nel dopoguerra, Filippo intuisce che bisogna differenziare. Ecco allora che i campi di Murello si tingono del verde profumato della menta. Sono stagioni frenetiche: quaranta persone si ritrovano in cascina per la raccolta, un rito che unisce fatica e convivialità.
Insieme al fratello Bartolomeo, Filippo si spinge oltre, acquistando una fabbrica di plastica a Racconigi, segnando il passaggio dall’agricoltura pura all’industria.
Nel 1953, un altro episodio quasi leggendario: Filippo viene scelto per rappresentare gli agricoltori cuneesi all’Esposizione Internazionale di Roma.
Carica quindici vacche su un treno merci a Racconigi e parte per un viaggio che durerà dieci giorni. Nella capitale, incontra la famiglia Gentile, ragazzi del Sud carichi di speranza. Filippo offre a uno di loro un lavoro in Piemonte: è l’inizio di una lunga catena di migrazione che porterà braccia e cuori dalla Meridione alla terra dei Bonino, creando un legame indissolubile tra regioni diverse.
LE CASCINE
Il tempo passa e Filippo, con la saggezza del patriarca, sistema i suoi figli come pezzi pregiati di un mosaico.
A Paolo (sposato con Felicina Pansa) resta Cascina Rivarola; a Bartolomeo (sposato con Margherita Pansa) va Cascina San Lorenzo a Racconigi; e a Giacomo (sposato con Mariapia Gorgo) viene affidata Cascina Porta Rossa.
Ma lì ci resta per poco.
Nel 1962, Filippo acquista per Giacomo dal Conte Ceirana la Cascina Pomé, un nome che evoca la dolcezza degli alberi di mele (pumé) che la circondano.
È una proprietà imponente, ma Giacomo ha ereditato la lungimiranza del padre. Negli anni ’70, capisce che il futuro è nel latte. Parte per l’Olanda, torna con le prime vacche Frisone e trasforma Cascina Pomé in un polo d’eccellenza. Per quindici anni, la cascina diventa un caseificio familiare: burro e formaggi che sanno di latte vero, prodotti dalle stalle dei tre fratelli.
I TRE SINDACI
Il 1987 è un anno particolare. In un incredibile allineamento astrale che testimonia la fiducia che i Bonino ispirano, i tre figli di Filippo diventano sindaci contemporaneamente: Paolo a Murello, Bartolomeo a Racconigi e Giacomo a Cavallerleone. Tre comuni, tre fratelli, un’unica visione del bene comune.
Dopo la scomparsa di Giacomo nel 2016 e di Mariapia nel 2017, la gestione è passata nelle mani del figlio Francesco (1960).
Suo fratello Filippo, pur portando il nome del nonno e la passione per la terra nel cuore, ha scelto la via della farmacia a Torino, ma il legame non si spezza.
Francesco ha saputo cavalcare il progresso: nel 1987 la stalla è stata rivoluzionata con cuccette e sala mungitura, oggi ospita circa 200 capi ed è un esempio di efficienza.










